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	<description>Uno spazio per raccontare la vita dei migranti e dei movimenti sociali antirazzisti</description>
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		<title>Presidio a Ponte Galeria e nel Cie scoppia la rivolta</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 15:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sarah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[antirazzismo]]></category>
		<category><![CDATA[cie]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2249" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/13/presidio-al-cie-di-ponte-galeria-i-reclusi-sul-tetto/images-19/"><img class="alignleft size-full wp-image-2249" title="images" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/images3.jpg" alt="" width="117" height="102" /></a>Sabato 13 marzo,  nel corso del presidio convocato dagli antirazzisti romani per la chiusura del Cie di Ponte Galeria, al quale hanno partecipato in tanti, è scoppiata una rivolta all&#8217;interno del Cie.</p>
<p><span id="more-2248"></span><!--more--><strong></strong></p>
<p><strong>Ore 22,10</strong></p>
<p>Il presidio al Cie di Ponte  Galeria, cominciato il 13 marzo alle 11, si è concluso verso le venti a Trastevere con un corteo improvisato. Verso le 18, i manifestanti hanno lasciato Ponte Galeria e dopo aver occupato i binari per quaranta minuti sono saliti su un treno e scesi alla stazione Trastevere.<br />
«La protesta è  terminata, ma  gli agenti sono saliti sul  tetto in assetto anti-sommossa  tentando anche  di ammanettare gli  immigrati ma poi tutto si è risolto &#8211; ha dichiarato l&#8217;assessore Luigi Nieri (Sinistra ecologia e libertà), presente a Ponte Galeria &#8211;  Dopo  l&#8217;intervento degli agenti i  manifestanti all&#8217;esterno hanno  inscenato  un&#8217;altra protesta. I ragazzi  hanno bloccato i treni della  linea  ferroviaria Roma-Fiumicino e  soltanto dopo una lunga trattativa  con i  funzionari delle forze  dell&#8217;ordine tutto è tornato tranquillo.  Non  sappiamo invece come  andranno le cose all&#8217;interno del Cie che come è   noto è un luogo dove  le libertà democratiche sono sospese». Secondo Nieri, alcuni  immigrati si sono legati con delle corde e  altri  hanno fatto dei  cappi e altri ancora si sono tagliati con  delle  lamette. Poco  prima erano stati bruciati dei materassi. «La  situazione  alla quale ho  assistito &#8211; ha dichiarato Nieri &#8211; è precaria e  preoccupa.  Tra l&#8217;altro è  una vergogna che un consigliere regionale che  può  accedere in ogni  carcere del paese in questo luogo non può entrare,   evidentemente qui  sono sospese le libertà».<br />
Dalla stazione Trastevere è partito un corteo spontaneo che ha percorso Viale Trastevere fino al Lungotevere, dove si è sciolto.</p>
<p><strong>Ore 18, 27</strong></p>
<p>Il presidio al Ponte Galeria si è concluso e davanti al Cie sono rimasti solo una quarantina di persone. Mentre i manifestanti stavano andando via la polizia è tornata sul tetto per cercare di far scendere i migranti reclusi che protestano. Dall&#8217;interno del Cie si alza una colonna di fumo nero. L&#8217;assessore regionale Luigi Nieri (Sinistra ecologia e libertà) sta tentando &#8211; senza successo finora &#8211; di entrare all&#8217;interno per verificare le condizioni dei migranti.<br />
Intanto i manifestanti si sono spostati nella stazione di Ponte Galeria, sulla linea Roma-Fiumicino e stanno occupando i binari della ferrovia.</p>
<p><strong>Ore 16,50</strong></p>
<p>Gli uomini detenuti sono tornati sul tetto a protestare, incoraggiati dalle grida delle donne. E c&#8217;è chi inscena atti di autolesionismo. Fuori dal Cie, i manifestanti continuano a presidiare e invitano a raggiungerli davanti al Cie per sostenere la rivolta dei migranti reclusi .</p>
<p><strong>Ore 16</strong></p>
<p>Mentre le donne sono state subito chiuse nelle celle, nella sezione maschile una trentina di migranti sono  saliti sul tetto. La polizia ha tirato lacrimogeni e sono entrate  anche due camionette all&#8217;interno del Cie. Poi ci sono state cariche sui tetti e i migranti son stati costretti a scendere. La protesta dei detenuti sta andando avanti: &#8220;Stiamo bruciando materassi, coperte e un po&#8217; di tutto. Ora la situazione si sta calmando ma poi riprenderà&#8221;, racconta un recluso raggiunto all&#8217;interno del Centro di identificazione ed espulsione. Fuori continua il presidio degli attivisti romani, che sono circa in duecento.</p>
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		<title>Manifesto contro il razzismo in Italia</title>
		<link>http://clandestino.carta.org/2010/03/12/manifesto-contro-il-razzismo-in-italia/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 16:07:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sarah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appelli]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nontoccareilmioamico.net" target="_blank"><a rel="attachment wp-att-2244" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/12/manifesto-contro-il-razzismo-in-italia/banner-petition-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2244" title="banner-petition" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/banner-petition1-150x47.jpg" alt="" width="150" height="47" /></a>www.nontoccareilmioamico.net</a></p>
<p>Sos razzismo lancia un appello contro il razzismo in Italia.</p>
<p><span id="more-2242"></span>Quando nel 1989 a Villa Literno fu ucciso un giovane sudafricano, Jerry Masslo, più di un milione di persone manifestò contro questo crimine razzista rispondendo all&#8217;appello di partiti politici, sindacati e associazioni.</p>
<p>Vent&#8217;anni dopo, quando a Rosarno si è verificato una vera e propria cacciata contro gli africani, soltanto alcune centinaia di persone si sono riunite per manifestare il loro sdegno. Gli uomini politici, nel migliore dei casi, sono rimasti muti.La società civile alla quale sentiamo di appartenere è stata la sconcertata testimone della progressione del razzismo in Italia. Per paura, per vergogna o per disorientamento siamo stati a lungo in silenzio. Ma ci assumiamo adesso tutte le nostre responsabilità per spiegare la gravità della situazione e condividere l&#8217;entusiasmo che ci anima nel tentativo di ridare all&#8217;Italia un volto fraterno.</p>
<p>Uomini pubblici o semplici cittadini, vogliamo dire in modo chiaro a tutti coloro che sono vittime del razzismo a causa del colore della loro pelle, della loro religione o delle loro origini, che non sono soli. A Jerry Masslo assassinato, ai rom schedati, agli africani di Rosarno perseguitati e a tutte le vittime anonime del razzismo diciamo: siete tutti nostri amici! Per loro, vogliamo semplicemente ma decisamente dire a tutti coloro che hanno intenzioni di aggressione razzista: non toccare il mio amico!</p>
<p>Gli italiani sono «gente normale», a volte razzista, ed è ora che l&#8217;Italia guardi in faccia i suoi problemi di razzismo. Il razzismo non è una fatalità collegata meccanicamente alla crisi economica. Il razzismo non è nemmeno un problema riducibile alla questione dell&#8217;immigrazione, perché chiudere le frontiere non ha mai portato di per sé alla scomparsa dell&#8217;odio per l&#8217;Altro. La realtà deve essere considerata per quella che è: vivono ormai in Italia neri, arabi, rom, asiatici, latinoamericani, animisti o musulmani che malgrado siano spesso trattati da stranieri per via di leggi inique, sono italiani di fatto e di cuore.</p>
<p>In sintesi, il problema del razzismo in Italia va al di là del problema dell&#8217;immigrazione. E&#8217; quindi in termini più ampi che deve ormai essere affrontato. E su questo piano, al di là dei fatti di sangue, il quadro è cupo. Bisogna essere sordi per non sentire gli insulti razzisti urlati negli stadi contro gli atleti neri. Bisogna essere ciechi per non vedere le discriminazioni di cui sono vittime nella quotidianità gli stranieri e gli italiani di «origine straniera». Nel mondo del lavoro, per affittare una casa o negli uffici amministrativi, devono troppo spesso subire diffidenza e umiliazione.</p>
<p>Questa situazione di ingiustizia è il frutto dell&#8217;assenza dello stato, del disfacimento della società civile, e dell&#8217;alleanza di fatto tra la Lega al Nord e le mafie al Sud che ha come scopo di strumentalizzare il razzismo per ragioni politiche per gli uni e economiche per gli altri. Ma il ricordo del fascismo e della Shoah ci insegna fin troppo chiaramente a cosa possono portare meccanismi di questo genere: non possiamo quindi restare a guardare senza opporci con tutte le nostre forze.</p>
<p>E&#8217; per questo che :</p>
<p>- Non lasceremo assimilare il problema del razzismo alla questione dell&#8217;immigrazione, perché è un modo di giustificare tutte le violenze commesse impunemente contro gli stranieri e gli immigrati.</p>
<p>- Denunciamo con decisione le leggi relative all&#8217;immigrazione, uniche in Europa per il loro carattere xenofobo, che fanno di persone integrate nella società italiana dei veri paria.</p>
<p>- Richiamiamo tutti i cittadini, le associazioni, i sindacati e gli uomini politici alla vigilanza contro i discorsi razzisti.</p>
<p>- Facciamo appello a tutti i partiti rispettosi dei Diritti dell&#8217;Uomo perché respingano per principio ogni alleanza con la Lega Nord e con qualsiasi altra formazione razzista e xenofoba.</p>
<p>-Facciamo appello alla società civile e allo Stato perché lottino contro il razzismo e l&#8217;antisemitismo mobilitando l&#8217;educazione, il diritto e la cultura.<br />
Il cammino verso una società liberata dal razzismo può sembrare lungo e difficile. Ma è impegnandoci oggi nella battaglia antirazzista che possiamo sperare per domani una società il cui motore sia la costante ricerca della convivenza.</p>
<p>Per firmare l&#8217;appello: sos.razzismo@uni.net</p>
<p>Hanno già firmato la petizione :</p>
<p>Angela Scalzo &#8211; Segretario Generale di SOS Razzismo Italia<br />
Alfredo Ancora &#8211; Docente di Psichiatria transculturale Università di Pisa<br />
Bruno Ballardini &#8211; Pubblicitario e saggista</p>
<p>Marco Brazzoduro &#8211; Sociologo docente Univ. Sapienza di Roma Esperto tematiche Rom</p>
<p>Edith Bruck &#8211; Scrittrice (sopravvissuta ai campi di sterminio)<br />
Rossana Casale &#8211; Cantante</p>
<p>Roberta Cipollini &#8211; Ricercatrice sociale Facoltà di sociologia -Sapienza Roma</p>
<p>Franca Coen &#8211; Intellettuale Ex Consigliera alla Multietnicità del Comune di Roma</p>
<p>Ousmane Dabo &#8211; Calciatore della Lazio</p>
<p>Aly Baba Faye &#8211; Sociologo esperto in migrazioni e diritti umani</p>
<p>Dario Fo &#8211; Regista, drammaturgo Nobel per la letteratura nel 1997</p>
<p>Beppe Grillo &#8211; Comico, attore, attivista politico e blogger italiano</p>
<p>Lanbo Hu &#8211; Giornalista &#8211; direttrice rivista &#8220;la Cina in Italia&#8221;</p>
<p>Pap Khouma &#8211; Scrittore</p>
<p>Antonio Lo Iacono &#8211; Presidente SIPS Società Italiana Psicologia Scientifica</p>
<p>Maria Immacolata &#8211; Macioti Docente Ordinaria di Sociologia dell&#8217;Universita la Sapienza di Roma</p>
<p>Salvatore Marino &#8211; Attore ed Editorialista Televisivo</p>
<p>Carlo Moccaldi &#8211; Giornalista -Direttore rivista Mosaici</p>
<p>Aldo Morrone &#8211; Dermatologo. Direttore dell&#8217;INMP Istituto Nazionale per la promozione della salute delle Popolazioni</p>
<p>Neffa &#8211; Cantante</p>
<p>Maso Notarianni &#8211; Giornalista -direttore di Peace Reporter</p>
<p>Moni Ovadia &#8211; Attore teatrale, cantante compositore</p>
<p>Luigi Pallotta &#8211; Presidente FITEL Federazione Italiana Tempo Libero</p>
<p>Maria Luisa Petrucci &#8211; Presidente Banche del Tempo Nazionale</p>
<p>Vladimiro Polchi &#8211; Giornalista, scittore Autore di &#8220;Blacks Out, un giorno senza immigrati&#8221;</p>
<p>Nicola Porro &#8211; Docente di sociologia dell&#8217;Università di Cassino</p>
<p>Emilio Reyneri &#8211; Sociologo Università la Bicocca di Milano</p>
<p>Claudio Rossi &#8211; Sociologo Università La Sapienza di Roma</p>
<p>Roberto Saviano &#8211; Giornalista -Scrittore- Autore del romanzo no-fiction &#8220;Gomorra&#8221;</p>
<p>Gino Strada &#8211; Chirurgo, Emergency</p>
<p>Cecilia Strada &#8211; Presidente Emergency</p>
<p>Oliviero Toscani &#8211; Fotografo- Pubblicitario Esperto in Comunicazione Visiva</p>
<p>Carmelo Ursino &#8211; Docente scienze della formazione Università la Sapienza di Roma</p>
<p>Marco Wong &#8211; Presidente Onorario Associna</p>
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		<title>Unhcr. Nel 2009, dimezzate le domande di asilo in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 15:47:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I dati sulle domande di asilo presentate in Italia nel 2009, resi noti dal ministero dell&#8217;interno, evidenziano un drastico calo rispetto all&#8217;anno precedente. Nel 2008, le domande erano state 30.492, mentre nel 2009 sono diventate 17.603.</p>
<p>Questo calo riguarda solo l&#8217;Italia: a livello europeo c&#8217;è una relativa stabilità, con alcuni picchi in paesi come  nel numero delle domande, in alcuni come la Francia [circa 42 mila domande] e la Germania [circa 27 mila] dove le domande di asilo sono aumentate rispettivamente del 20 e del 25 per cento rispetto all&#8217;anno precedente.</p>
<p>Secondo l&#8217;Unhcr, la diminuzione delle richieste di asilo può essere attribuita ai respigimenti nel Canale di Sicilia: gran parte dei migranti che hanno raggiunto le coste italiane fino al mese di maggio 2009 aveva fatto domanda di asilo. L&#8217;anno precedente il 75 per cento delle persone arrivate via mare aveva chiesto protezione alle autorità italiane ottenendola nel 50 per cento dei casi circa. «Il netto calo delle domande di asilo in Italia dimostra come i respingimenti anziché contrastare l&#8217;immigrazione irregolare abbiano gravemente inciso sulla fruibilità del diritto di asilo in Italia», ha dichiarato Laurens Jolles, rappresentante dell&#8217;Unhcr per l&#8217;Europa merdionale. Dal maggio 2009 gli sbarchi sono calati del 90 per cento rispetto all&#8217;anno precedente mentre la violenza e l&#8217;instabilità nei paesi di origine dei richiedenti asilo continuano a mettere in fuga sempre più persone per cercare protezione in paesi sicuri.<br />
In Somalia più di 250 mila civili sono stati costretti a lasciare Mogadiscio dal maggio 2009, quando i gruppi armati di opposizione hanno sferrato i primi attacchi mirati a spodestare il governo di transizione appena insediatosi. In Eritrea la leva obbligatoria a tempo indeterminato per uomini e donne, insieme a un deterioramento del rispetto dei diritti umani, continua ad alimentare la fuga di molti cittadini. Somalia ed Eritrea sono i principali paesi di provenienza dei richiedenti asilo ai quali le autorità italiane hanno concesso nel 2009 l&#8217;asilo o la protezione sussidiaria [2.500 somali, 1.325 eritrei].</p>
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		<title>Il 13 marzo a Ponte Galeria contro i Cie</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:57:50 +0000</pubDate>
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<div class="field field-type-text field-field-autore">
<div class="field-items">
<div class="field-item"><a rel="attachment wp-att-2223" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/12/il-13-marzo-a-ponte-galeria-contro-i-cie/images-1-5/"><img class="alignleft size-full wp-image-2223" title="images-1" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/images-11.jpeg" alt="" width="143" height="91" /></a><strong>Antirazziste e antirazzisti contro i Cie</strong></div>
</div>
<div class="field-item"></div>
<div class="field-item">Sabato 13 marzo, appuntamento a Roma alle 10 alla stazione Ostiense o alle 11 alla fermata Fiera di Roma del treno per Fiumicino-Aeroporto.</div>
<div class="field-item"><span id="more-2221"></span></div>
</div>
<p>Gli immigrati hanno denunciato più volte le pessime condizioni di vita nei Cie: cibo avariato, impianti di riscaldamento inesistenti, materassi insufficienti, mancanza di coperte e carta igienica. Il servizio sanitario è completamente assente: i medici ignorano i bisogni urgenti dei reclusi e gli somministrano psicofarmaci nel cibo per calmare e sedare chi si lamenta. I carcerieri, militari e crocerossini, dalla loro posizione di potere, rispondono a ogni protesta con la violenza e sfruttano il disperato desiderio di libertà di chi è recluso attraverso molestie e ricatti sessuali nei confronti delle donne e delle trans. Dopo un tentativo di stupro da parte dell’ispettore di polizia del Cie di via Corelli a Milano, le immigrate e gli immigrati reclusi nel centro si sono ribellati. Sono mesi che nei Cie di tutta Italia si susseguono scioperi della fame, battiture e forme di autolesionismo come protesta.</p>
<p>La repressione verso chiunque alzi la testa crea un cerchio senza uscita che porta gli immigrati dal Cie al carcere e dal carcere al Cie, disperdendo volta per volta chi si è ritrovato insieme nelle proteste, per spezzare la forza e i rapporti solidali che nascono nella lotta. Chi si ritrova da solo con la sua disperazione – nel terrore di continuare a vivere in questi lager e pur di non essere rispedito nel luogo da cui è partito [spesso paesi in miseria e in guerra] per un’illusoria ricerca di un benessere – trova come unica via d’uscita il suicidio. Siamo solidali con tutti e tutte coloro che non vogliono più accettare passivamente lo sfruttamento e la reclusione, denunciando e ribellandosi contro le condizioni in cui vivono.</p>
<p>Da tempo il Cie di Ponte Galeria si trova in un limbo amministrativo, perché l’appalto che affida la gestione alla Croce Rossa è scaduto ma viene rinnovato di mese in mese, e nel frattempo nessuno si preoccupa di realizzare i necessari lavori di manutenzione. Si prospetta l’ipotesi di un trasferimento in una nuova struttura e un cambiamento di gestione che vedrà la società di servizi «Auxilium» prendere il posto della Croce Rossa. Ma la soluzione non è né il miglioramento né il trasferimento. Non accettiamo la presenza di un lager nella nostra città. Non accettiamo le politiche razziste sull’immigrazione, che decidono sulla vita delle persone trattandole come se fossero delle merci. Non accettiamo che la scelta del posto in cui vivere sia dettata dal mercato globale del lavoro, che decide chi, quando e dove sfruttare.</p>
<p>Conosciamo le condizioni, ai limiti del sopportabile, in cui vivevano gli africani che lavoravano a Rosarno, condizioni sicuramente estese e diffuse tra i lavoratori stagionali. Rompere la pace sociale e ribellarsi – a Rosarno come altrove – è il primo passo per distruggere lo schiavismo capitalista e ogni forma di sfruttamento.</p>
<p>Contro le frontiere, per la libera circolazione delle persone. Contro tutte le prigioni, lottiamo per chiudere i Cie. Solidarietà con i migranti e le migranti in lotta. Solidarietà con i ribelli del Cie di Vincennes e con i compagni arrestati a Torino come a Parigi per la loro solidarietà con gli immigrati.</p>
</div>
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		<title>Via i «clandestini» anche se hanno i figli a scuola</title>
		<link>http://clandestino.carta.org/2010/03/12/2212/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sarah</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2213" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/12/2212/images-18/"><img class="alignleft size-full wp-image-2213" title="images" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/images.jpeg" alt="" width="131" height="83" /></a><a href="http://www.carta.org/archivio/autori/433">Raffaele K. Salinari<span class="dettaglio_autore"> Terres des Hommes</span></a></p>
<p>«L’esigenza di garantire la tutela della legalità alle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori»; con questa motivazione la Corte di Cassazione smentisce se stessa e il diritto internazionale e sancisce che un immigrato clandestino, anche se ha i figli che vanno regolarmente a scuola, può e deve essere espulso perché questo non rappresenta un trauma per il minore.</p>
<p><span id="more-2212"></span>Un precedente sentenza, risalente a gennaio, affermava invece esattamente il contrario, adducendo motivazioni quali il sostegno psicologico fondamentale di un genitore al processo di equilibrata crescita del proprio figlio, ed escludeva l’ipotesi di una strumentalizzazione del bambino ai fini di una permanenza extra legem. Queste motivazioni venivano rafforzate dal dispositivo di deroga all’espulsione, presente nelle legge sull’immigrazione, inerente «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza», interpretando con ciò come eccezionale il periodo formativo della scuola dell’obbligo e dunque come applicabilità dei criteri di eccezionalità a questa condizione dello sviluppo infantile.</p>
<p>Giovedì la Corte ha totalmente ribaltato queste motivazioni, sostenendo che un minore che va a scuola è regolarmente inserito in un percorso formativo e che non subirebbe per questo alcun trauma dall’espulsione di un genitore, e che, anzi, la motivazione con la quale l’immigrato albanese irregolare con la moglie munita di regolare permesso di soggiorno, aveva chiesto di restare accanto ai propri figli, era una strumentalizzazione del bambino. E dunque, «deve prevalere l’esigenza di garantire la legalità alle frontiere piuttosto che il diritto allo studio dei minori». La sentenza mette una pesantissima ipoteca sul residuo rispetto da parte del nostro paese di almeno due convenzioni internazionali: quella Onu sui Diritti dei minori che afferma chiaramente «l’interesse superiore del bambino» sopra ogni altra considerazione, e quella sui diritto di asilo che viene sistematicamente violata dai respingimenti in mare ed anche da reato di clandestinità. Ma il punto centrale, sul quale ruota tutta questa interpretazione mortificante dei Diritti fondamentali, è che nel nostro Paese da tempo ormai si antepone la logica della sicurezza a quella della tutela dei Diritti Umani, inclusi quelli della parte più vulnerabile di essa: i minori. Non a caso la sentenza è stata difesa da chi vede oramai la scuola come un fastidioso orpello alle politiche «del fare» o, più ancora, l’avanzamento di certe richieste da parte di immigrati, come una vera e propria violazione della sovranità nazionale.</p>
<p>L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Navi Pillay ha chiaramente evidenziato la deriva securitaria nella quale sembra oramai incamminata la politica italiana, sempre meno sensibile ai valori che sino a qualche anno or sono credevamo costituenti della nostra società. La denuncia dell’alto Commissario è che: «La pratica della detenzione dei migranti irregolari, della loro criminalizzazione e dei maltrattamenti nel contesto dei controlli delle frontiere deve cessare» e, citando il caso del gommone con cittadini eritrei palleggiato tra Italia, Libia e Malta, ha richiamato l’evidenza che oramai il nostro paese tratta le persone come oggetti, privandoli così del caposaldo stesso che ha ispirato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: la dignità. Le reazioni da parte di ampi settori dell’associazionismo cattolico e laico verso la sentenza della cassazione non si sono fatte attendere, a dimostrazione che esiste una forte carica di anticorpi a contrastare queste vere e proprie spallate al Diritto internazionale; anche settori del mondo politico di opposizione hanno fatto sentire la loro voce; ma tutto questo è solo un inizio. È ora necessario che la questione venga portata presso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, data la pregnanza della sentenza che evidentemente riguarda non solo il nostro paese ma l’Europa che vogliamo in futuro e della quale l’Italia non può essere solo il rabbioso e xenofobo cane di guardia delle sue frontiere esterne.</p>
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		<title>Primo maggio a Rosarno</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sarah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<p><!-- more-content --><a rel="attachment wp-att-2208" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/12/primo-maggio-a-rosarno/primomaggio-logo2010/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2208" title="primomaggio-logo2010" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/primomaggio-logo2010-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Si svolgerà a Rosarno quest&#8217;anno la manifestazione nazionale per il primo maggio di Cgil, Cisl e Uil. Ad annunciarlo è stato il segretario generale della Cgil della Calabria, Sergio Genco. «La decisione di svolgere a Rosarno la manifestazione per il primo maggio &#8211; ha detto Genco &#8211; è motivata dall&#8217;attenzione del sindacato, oltre che ai temi tradizionali del lavoro e dell&#8217;occupazione, a quelli dell&#8217;integrazione e dell&#8217;accoglienza degli immigrati».</p>
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		<title>I Rom contro il «piano nomadi» di Alemanno</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 18:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sarah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[rom]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2228" href="http://clandestino.carta.org/2010/03/11/i-rom-contro-il-%c2%abpiano-nomadi%c2%bb-di-alemanno/images-2-5/"><img class="alignleft size-full wp-image-2228" title="images-2" src="http://clandestino.carta.org/wp-content/uploads/2010/03/images-21.jpeg" alt="" width="124" height="93" /></a><a href="http://www.misna.org" target="_blank">Misna.org</a></p>
<p>«I nostri figli sono nati in Italia, ma più che stranieri sono considerati persone di ultima categoria. Da 20 anni, comune, associazioni varie sostengono di volersi prendere cura di noi, ma in tutti questi anni la comunità non ha saputo esprimere un medico, un avvocato, un insegnante… la nostra colpa è stata quella di non parlare, di affidare a terzi la nostra voce; ci sono associazioni che vivono grazie a noi, e dai politici abbiamo ricevuto finora parole e ordini di sgombero».<br />
<span id="more-2227"></span></p>
<p>La voce forte e profonda di Nayo Hazovic, uno dei rappresentanti dell’ex-campo rom di Casilino 900, a Roma, rompe un po’ gli argini di una conferenza stampa organizzata da Amnesty International contro il ‘Piano nomadi’ ideato dall’amministrazione e dal prefetto della capitale e in fase di attuazione. «Negli ultimi decenni [il Casilino 900 esisteva da 40 anni] è stato fatto tanto a parole, ma i fatti dimostrano che noi viviamo ancora in rifugi di fortuna e che siamo esclusi dal mondo lavorativo e sociale italiano» ha aggiunto Hazovic invitando i politici, gli operatori del terzo settore e la sua stessa comunità a un profondo esame di coscienza. «Mandarci in campi attrezzati e appositamente costruiti per noi in aree lontane chilometri dalla città stessa – ha concluso – non aiuterà di certo la nostra integrazione, ma favorirà ancora di più le discriminazioni di cui siamo oggetto».</p>
<p>Intanto nella sala, rappresentanti di altri campi rom appoggiavano le stesse idee, ribadendo in particolare il concetto che una vera integrazione può passare attraverso la scuola e il lavoro, offrendo le stesse possibilità che un cittadino italiano ha anche per l’acquisto o l’affitto di una abitazione, o per l’accesso alle graduatorie delle case popolari. «Il cosiddetto ‘Piano nomadi’ – ha detto parlando dal tavolo dei relatori Ignacio Jovtis, esperto del segretariato internazionale di Amnesty International per l’Italia – che prevede lo sgombero di migliaia di rom di Roma da destinare a 13 centri grandi in parte esistenti e in parte da costruire al di fuori del raccordo anulare della città, causa violazioni dei diritti umani e viola gli obblighi internazionali dell’Italia in materia di accoglienza e rispetto della persona». Secondo Jovtis, la situazione dei rom a Roma non è la peggiore in assoluto in Italia: «Sgomberi e violazioni anche più gravi stanno avvenendo nel nord dell’Italia, a Milano in particolare; a Roma è stato però elaborato per la prima volta un piano coordinato che riteniamo iniquo e che rischia di essere esportato altrove».</p>
<p>Secondo questo piano, entrato da poche settimane nella sua fase di applicazione, i rom di un centinaio di campi saranno trasferiti in 13 aree in grado di ospitare 6 mila persone circa. Un trasferimento, senza alternative, che rischia di rendere ancor più caotica e critica la situazione dei rom, anche in considerazione di stime secondo cui la comunità rom [che Jovtis sottolinea «spesso e volentieri non è affatto nomade»] arrivi a Roma a oltre 12 mila unità, un numero superiore ai posti resi disponibili dal piano. «I nostri figli hanno dei sogni, come i bambini di qualunque posto del mondo, facciamo sì che non siano infranti come lo sono stati i nostri» ha detto, quasi a conclusione, Umiza Halovic, in rappresentanza del campo rom di Casal Lombroso.</p>
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		<title>Appello. «Mondiali al contrario»</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 14:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Carmosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondiali]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le organizzazioni sociali interessate a ospitare il movimento sudafricano Abahlali [«quelli che vivono nelle baraccopoli»], in Italia in maggio, cioè prima della coppa del mondo di calcio, possono scrivere a Carta. Intanto, parte la raccolta fondi per sostenere la campagna</p>
<p><span id="more-2205"></span></p>
<div class="article-content">
<p>Care amiche e cari amici,<br />
alcuni di voi potrebbero essere interessati a incontrare le attiviste e gli attivisti del movimento sudafricano <strong>Abahlali baseMjondolo</strong> [«quelli che vivono nelle baraccopoli» in lingua zulu].<br />
Come forse saprete, la nostra idea è di ospitare in Italia tre attivisti del movimento intorno alle prime settimane di maggio, poco prima dell’inizio dei mondiali di calcio in Sudafrica. Il movimento incontrerà associazioni, movimenti e attivisti italiani per raccontare che cosa significa la Coppa del mondo per i sudafricani più poveri, per parlare della lotta di Abahlali per terra, case, dignità e democrazia nel Sudafrica post-apartheid e ascoltare le lotte reali che si stanno portando avanti.<br />
E’ un’occasione preziosa e straordinaria. Tuttavia, le risorse economiche scarseggiano. Vi scriviamo perché serve un contributo economico per il viaggio degli attivisti dal Sudafrica all’Italia e per il trasporto nel nostro Paese [da Nord a Sud, da Est a Oves]. Non chiediamo sottoscrizioni di migliaia di euro. In totale servono circa 5.000 euro per organizzare questo viaggio in Italia e per essere sicuri di avere abbastanza fondi.<br />
Vi chiediamo perciò di aiutarci con un contributo di almeno 200 euro. <strong>Potete organizzare aperitivi e cene sociali, proiezioni, feste</strong>, in cui possiate raccogliere qualche soldo per aiutarci a portare Abahlali baseMjondolo in Italia. Inoltre, questi eventi potrebbero essere l’occasione di iniziare a discutere della visita degli attivisti sudafricani in Italia e «prepararsi» agli incontri con Abahlali.</p>
<p>Il coordinamento di questa campagna è presso il settimanale Carta, che negli ultimi mesi ha dedicato numerosi articoli e reportage a questo straordinario movimento sociale.</p>
<p>E&#8217; possibile partecipare alla <strong>raccolta fondi </strong>per sostenere la campagna «Mondiali al contrario»  anche con <strong>piccole quote di almeno 30 euro.</strong> Queste le coordinate bancarie per effettuare un bonifico: <strong>Banco di Napoli &#8211; Collegio Missioni Africane, via Matilde Serao 8 81030 Castelvolturno [Ce], causale «Mondiali al contrario» IBAN  IT92Y0101074820000027005524ccp n. 19884808</strong> oppure <strong>conto corrente postale n. 19884808, sempre intestato a Missionari Comboniani via Matilde Serao 8, 81030 Castel Volturno [Ce], causale «Mondiali al contrario»</strong>.<br />
E’ superfluo dire che qualunque contributo verrà reso noto e gestito in modo assolutamente trasparente.<br />
Per ragioni organizzative vi chiediamo di darci un cenno non oltre il 28 Marzo.</p>
<p>Grazie da parte nostra e di Abahlali baseMjondolo.</p>
<p>A presto<br />
Filippo Mondini e Antonio Bonato [missionari comboniani], Francesco Gastaldon [ricercatore], Michele Citoni [giornalista], Gianluca Carmosino [Carta]</p>
<p>Scrivete a <strong>carmosino@carta.org</strong></p>
</div>
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		<title>Abahlali contro l’apartheid che segrega i poveri</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 14:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Carmosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondiali]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Filippo Mondini e Francesco Gastaldon [<strong>Carta 46/09</strong>]</p>
<p><span id="more-2200"></span></p>
<p>Kliptown, nella zona di Soweto, è ora una grande estensione di baracche fatte di lamiera e cartone, fogne a cielo aperto e un livello di disoccupazione che sfiora il 72 per cento. Ma questa ex township ha rappresentato in passato il simbolo della volontà rivoluzionaria di milioni di sudafricani. Nel 1955, il sobborgo ha ospitato i delegati del popolo chiamati a elaborare la Freedom Charter, il manifesto che ha ispirato per decenni la lotta anti-apartheid. Fu un processo democratico che coinvolse i sudafricani oppressi dal regime, dalle campagne alle città. Cinquantamila volontari percorsero il paese in lungo e in largo, chiedendo alla popolazione segregata quale fosse la sua visione per il Sudafrica del futuro e ottenendo come risposte che «la terra deve essere ridistribuita», che «l’istruzione deve essere gratuita e obbligatoria», reclamando «libertà di movimento e diritto di residenza» e «l’eliminazione di tutti i ghetti».<br />
Negli anni ottanta il manifesto fu ripreso in modo radicale da una nuova generazione di militanti che si riunirono sotto lo United democratic front. Il movimento vedeva nella democrazia non solo l’obiettivo per il Sudafrica post-apartheid ma anche la propria modalità di lotta, e questo ebbe una portata rivoluzionaria incredibile. La gente organizzò comitati di strada e di quartiere, fino a rendere ingovernabili le township e minacciando seriamente la sopravvivenza del regime della minoranza bianca. Durante l’apartheid i bianchi avevano standard di vita paragonabili alla California, i neri a quelli del Congo. Dopo quindici anni di democrazia, le contraddizioni non si sono attenuate. Secondo i dati economici più recenti, il Sudafrica è il paese più ineguale al mondo. Nonostante le speranze che la transizione aveva portato con sé, per la maggioranza della popolazione le condizioni di vita sono peggiorate, dal 1994 a oggi.<br />
All’interno del Sudafrica esistono ancora due mondi distinti, e questa contraddizione rende la giovane democrazia di questo paese un gigante dai piedi d’argilla. L’African national congress [Anc, il partito-Stato al governo dal ’94] è di fatto responsabile di tutto questo, con le sue promesse non mantenute e con i suoi tradimenti degli ideali della lotta. Ma la storia del Sudafrica post-apartheid parte da lontano, dall’epoca dei negoziati che segnarono la fine del regime razzista. I negoziati si svilupparono lungo due binari, uno politico e uno economico. Mentre l’opinione pubblica si concentrava sui colloqui politici, sugli incontri tra l’Anc di Nelson Mandela e il National Party di De Klerk, gli altri negoziati venivano definiti «tecnici» e «amministrativi». Il delegato principale per l’Anc era Thabo Mbeki, che aveva trascorso parte dell’esilio a Londra imparando lezioni di liberismo dal governo Thatcher. Il risultato fu che l’Anc conquistò il potere politico, abbandonando però i principi della Freedom Charter e sposando il credo delle politiche economiche neoliberiste.<br />
La Banca centrale, indipendente dal governo, fu affidata a Chris Stals, lo stesso uomo che l’aveva guidata sotto l’apartheid. Invece di nazionalizzare le miniere, come era stato promesso durante la lotta, Mandela e Mbeki iniziarono a incontrarsi regolarmente con Harry Oppenheimer, ex presidente di Anglo-American e De Beers. Soprattutto, l’Anc accettò di pagare il debito internazionale contratto dal governo precedente, assicurando stabilità finanziaria ai grandi investitori e causando l’impoverimento di grandi parti della popolazione. Così, invece di compensare le vittime della repressione &#8211; come chiese la Commissione di Verità e Riconciliazione presieduta da Desmond Tutu &#8211; la nuova democrazia ha ceduto alle richieste del Fondo monetario e della Banca mondiale.<br />
Con l’avvento di Mbeki alla presidenza [con le elezioni del 1999] la svolta liberista diventa aperta e radicale: le nuove politiche economiche del Gear [Growth employment and redistribution programme] hanno portato a privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, flessibilità nel mercato lavoro, più libertà di scambio e meno controlli sui flussi di denaro. Le conseguenze sulla popolazione sono state devastanti: per citare solo alcuni esempi, dalla fine dell’apartheid sono stati collegati alla rete idrica nove milioni di persone, mentre i tagli ne hanno colpite dieci milioni; il tasso di disoccupazione a novembre 2009 è al 31 per cento; la povertà è più profonda e istituzionalizzata che durante il regime segregazionista e la ricchezza è sempre più polarizzata, con un gruppo ristrettissimo di persone che detiene la maggior parte del reddito nazionale; quasi un milione di persone sono state sfrattate dalle zone rurali e il numero degli abitanti delle baraccopoli è aumentato vertiginosamente, e secondo alcune stime recenti circa un sudafricano su sei vive in un insediamento informale.<br />
Il movimento degli «shack dwellers» Abahlali baseMjondolo nasce alla fine del 2005, in questo contesto di rabbia e senso di tradimento delle promesse dell’Anc, inspirandosi agli ideali della lotta anti-apartheid dell’United democratic front [Udf]. L’ideale centrale della lotta dell’Udf era che il Sudafrica doveva appartenere a tutti quelli che ci vivevano, a tutti quelli che lottavano contro il regime.  La lotta per una società non-razziale non poteva essere concessa dall’alto, ma andava costruita giorno per giorno attraverso l’azione politica popolare. Una questione cruciale, per il Sudafrica post-apartheid, è il passaggio dall’idea di nazione costruita su basi non razziali a quella della «rainbow nation»: l’idea astratta della «nazione arcobaleno» è stata costruita dalle narrative dello Stato, calata dall’alto da tecnocrati ed «esperti». Come sostengono diversi studiosi, ad esempio Richard Pithouse e Franco Barchiesi, a quindici anni dalle prime elezioni del ’94 appare evidente che per l’Anc il post-apartheid è un’epoca «postpolitica», in cui la solidarietà nazionale della «rainbow nation» deve prevalere sulle rivendicazioni sociali e politiche. L’unica «vera lotta», quella contro l’apartheid, è stata già vinta e la narrazione ufficiale del governo e del partito-Stato tenta di riscrivere la storia della resistenza contro la segregazione come una lotta condotta solo dall’Anc. Secondo l’ideologia ufficiale, ogni critica al governo e all’Anc equivale a un tradimento dei propri liberatori. E proprio i «liberatori» dell’Anc cercano di sfruttare il mito della Nazione e della lotta contro l’apartheid per nascondere la crescente povertà della popolazione, la gestione verticistica e tecnocratica del potere e i tradimenti rispetto alle promesse fatte all’indomani della presa del potere. In quest’ottica, il cosiddetto «service delivery», la fornitura di servizi di base alle baraccopoli e ai cittadini più poveri, è una sorta di dono erogato dall’alto, in modo paternalistico e autoritario.<br />
Abahlali ha ben chiaro il problema di questa gestione del potere, e ne discute ampiamente nelle assemblee del movimento. Secondo Zodwa Nsibande, attivista di Abahali, «le comunità degli insediamenti devono essere consultate dalle autorità per quel che riguarda i piani di fornitura di servizi o costruzione di case popolari. Ma i politici non hanno rispetto per l’intelligenza dei poveri, credono che non siamo in grado di pensare autonomamente». Il presidente eletto del movimento, S’bu Zikode, dice che «il pensiero tecnocratico esclude la maggioranza delle persone e viene supportato dalla violenza quando i poveri insistono sul loro diritto di parlare e di essere ascoltati. Da una parte c’è un consulente con il suo computer portatile e dall’altra un giovane ubriaco con una pistola in mano. Possono sembrare a prima vista diversi, ma entrambi servono lo stesso sistema, un sistema dove i poveri devono essere buoni e starsene al loro posto senza pensare o parlare».<br />
Nel post-apartheid si è passati dai comitati popolari di quartiere alla «società civile», formata da organizzazioni che servono a creare consenso intorno a interessi specifici. La lotta di Abahlali è radicalmente diversa da quella degli esperti e dei tecnocrati delle Ong. Alla «politica dei partiti» Abahlali contrappone una politica popolare, che i membri del movimento descrivono come una «politica vivente»: l’idea di un modo di fare politica che tutti possono capire e alla cui definizione tutti possono partecipare, opposto in modo radicale al linguaggio burocratico e tecnico che viene usato dalle autorità municipali, dai partiti politici e dalle Ong.<br />
La politica di Abahlali, spiegano gli attivisti, abbraccia l’universale. Al centro non ci sono interessi particolari ma i poveri, le persone. Le verità forgiate dalla lotta, elaborate e pensate democraticamente nelle assemblee, sono universali. Dopo le recenti violenze contro il movimento [che Carta ha raccontato ampiamente e che trovate anche su carta.org] S’bu Zikode ha detto che «questa democrazia non si cura dei poveri, perciò è nostra responsabilità farla funzionare per tutti i poveri, è nostra responsabilità costruire la forza dei poveri e ridurre quella dei ricchi. Dobbiamo lottare per democratizzare tutti i posti nei quali viviamo, lavoriamo, studiamo e preghiamo».<br />
Un’altra caratteristica fondamentale della lotta del movimento è la sua fedeltà. Nella teorizzazione del filosofo politico Alain Badiou, la fedeltà è il «tentativo di sostenere nel pensiero le conseguenze dell’evento». È il rifiuto di tornare allo «status quo ante». La «fedeltà all’evento» non è scontata: richiede un «interesse-disinteressato» da parte dei partecipanti. Non c’è certezza in questo processo. Se le «avanguardie» politiche conoscono la strada da percorrere, il movimento non la conosce a priori. I membri di Abahlali affermano che «l’alternativa, la direzione della nostra lotta, uscirà dal nostro pensiero, dalle riflessioni che facciamo insieme nelle nostre comunità, in cui ci educhiamo a vicenda e pensiamo la nostra lotta».<br />
Abahlali baseMjondolo, quindi, non chiede allo Stato l’elemosina di servizi pubblici e abitazioni popolari. Le richieste pratiche del movimento puntano a vedere realizzati i diritti sociali fondamentali che vengono propagandati a livello pubblico e che sono promessi nella Costituzione sudafricana. Le rivendicazioni del movimento sono più profonde, e puntano a cambiare i termini stessi dell’inclusione dei poveri della società sudafricana, per trasformare il regime tecnocratico del post-apartheid in una democrazia realmente partecipata da tutti i cittadini. La lotta è per affermare la dignità dei poveri in senso più ampio, sostenendo con forza la loro capacità di esprimersi sulle politiche e sulle scelte che riguardano le loro vite.</p>
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